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Rimozione forzata
Inserito da:FabioNews info@fabionews.info in data:2017-09-04 17:18:35

collusi con la mafia- politic aitaliana - il bel paese

Segnato da Agente Rosse di Torino

Fabio

Rimozione forzata
di Marco Travaglio 
FQ del 3/9/17

Sulle quasi 2 mila persone che l’altroieri, alla festa del Fatto alla Versiliana, ha avuto la fortuna di assistere all’incontro con il Pg di Palermo Roberto Scarpinato e con il pm antimafia Nino Di Matteo, intervistati da Gianni Barbacetto, si alternavano l’emozione, l’indignazione, lo sconcerto, lo spaesamento, ma anche un filo di speranza. I due magistrati hanno aperto squarci di un mondo – quello dell’antimafia – che un tempo era patrimonio comune: non delle classi dirigenti, ma della società civile, di molti organi di informazione e persino di alcuni partiti. Ora chi ne parla pare un sopravvissuto, un giapponese che ancora combatte perché non l’hanno avvertito che la guerra è finita, un extraterrestre. Eppure non è preistoria o archeologia: sono fatti che accadono oggi, spesso anche sotto i nostri occhi. Ma, essendo scomparsi dall’agenda politica e dalla sottostante agenda “informativa”, non li notiamo più. Scarpinato raccontava l’evoluzione della “mafia mercatista”, che siede al tavolo del libero mercato in uno con gli altri “sistemi criminali” integrati, che rendono indistinguibili vecchi concetti come cosche e tangenti, muove miliardi nella sanità, nei rifiuti, nelle energie alternative, nell’accoglienza ai migranti e nei grandi appalti (quei pochi rimasti) contribuendo al Pil nazionale ed europeo, mentre si continua polverosamente a dibattere degli zu’ Peppino e degli zu’ Calogero dediti a estorcere commercianti sempre più poveri e sempre meno solvibili.

Un’intercettazione depositata in un’indagine calabrese spiega meglio di tutti i trattati sociologici o criminologici l’evoluzione del crimine organizzato in superstrutture mafioso-corruttivo-massoniche molto elitarie, accessibili a pochi eletti, in grado di mettere le mani sulle grandi torte dei fondi pubblici. Senza più neppure il bisogno di sparare o di minacciare: basta comprare, visto che quasi tutto e quasi tutti sono in vendita. Chi parla è uno ’ndranghetista ammesso alla Supercupola, detta “Santa”, rivolto a un altro adepto della neostruttura: “La ’ndrangheta non esiste più… adesso fa parte della massoneria, diciamo è sotto la massoneria. Ha però le stesse regole!… E quei quattro storti che credono alla ’ndrangheta!… La vera ’ndrangheta non è quella che spesso si sente parlare o come la intendono i mass-media o i carabinieri… Bisogna modernizzarsi, non stare con le vecchie regole. Il mondo cambia e bisogna cambiare tutte cose… Oggi la chiamano massoneria, domani la chiameranno P4, P6, P9!”. Lo stesso sistema che, depurato dalla mafia, si è ingegnerizzato nelle varie cricche.

Ultima la Consip: al posto di 27 appalti da 100 milioni ciascuno, c’è un solo appalto “global service” da 2,7 miliardi (il più grande d’Europa), accentrato in poche mani legate a pochi politici a cui bisogna rivolgersi per potersene accaparrare una fetta. Perciò l’imprenditore Alfredo Romeo si rivolge a Carlo Russo, galoppino di Tiziano Renzi, che pare curare anche gli interessi delle imprese amiche di Denis Verdini. Anche perché alla Consip la fanno da padrone le coop rosse, con i loro noti santi in paradiso, e bisogna aprirsi un varco. Chi si occupa di questi temi? Chi studia queste evoluzioni del nuovo sistema predatorio e mercatista insieme? Chi munisce lo Stato degli antidoti per combatterlo con leggi adeguate? Nessuno. Né giornali, né talk show, né tantomeno partiti. Guardate la campagna elettorale in Sicilia. Sempre alla festa del Fatto, la presidente dell’Antimafia Rosy Bindi ha posto la questione centrale: “Il Pd non si allea con Alfano in una regione qualunque: ma in Sicilia! E in Sicilia il business dell’accoglienza dei migranti ha portato soldi e voti a gente quasi esclusivamente legata a lui”. Ogni riferimento al processo catanese al sottosegretario Giuseppe Castiglione per turbativa d’asta e corruzione elettorale sul Cara di Mineo è puramente intenzionale.

Poco prima Di Matteo ricordava l’effetto che ebbe la condanna definitiva dell’inventore di FI Marcello Dell’Utri (7 anni in Cassazione per concorso esterno in associazione mafiosa), fuggito in Libano per sottrarsi alla cattura, poi estradato e finalmente arrestato il 13 giugno 2014: “Nel luglio 2014, mentre la Cassazione depositava le motivazioni della sentenza Dell’Utri, che lo indicava come l’intermediario e il garante dell’accordo stipulato nel 1974 da Silvio Berlusconi con i capi delle più potenti cosche mafiose di Palermo e durato almeno fino al 1992, il premier Renzi trattava con Berlusconi per riscrivere la Costituzione”. Quel B. che – scriveva ancora la Cassazione – provvide alla “sistematica erogazione di cospicue somme di denaro da Marcello Dell’Utri a Gaetano Cinà (anche lui mafioso doc, ndr)… indicative della ferma volontà di Berlusconi di dare attuazione all’accordo al di là dei mutamenti degli assetti di vertice di Cosa Nostra”. Quelli che “bisogna attendere le sentenze”, una sentenza ce l’hanno. Da tre anni. Come possono il Pd, i giornaloni, gli intellettuali tacere sulla concreta possibilità che Renzi tenti di tornare al governo con un signore che finanziò stabilmente la mafia dal 1974 al 1992 e che ha il suo braccio destro in galera per mafia? C’è addirittura chi sostiene che B. sia meno peggio o financo meglio dei “populisti” Salvini, Meloni e 5Stelle. Ma stiamo scherzando? Ma che deve fare di più un politico per diventare infrequentabile? Martedì pubblicheremo gli interventi di Di Matteo e Scarpinato. E, in campagna elettorale, stamperemo migliaia di copie della sentenza Dell’Utri per tutti quelli che vogliono sapere o rinfrescarsi la memoria. Se poi voteranno ancora per B. o per chi vuole risposarselo, vorrà dire che siamo diventati uno StatoMafia. Senza più bisogno di trattativa o trattino.


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